Marettimo Film Fest 2025, quando il cinema accende il respiro

6 Min Read

La sera in cui la prima bobina prenderà a scorrere sullo schermo issato a Scalo Nuovo, l’isola di Marettimo sembrerà orientarsi, tutta intera, verso quella luce tremula come un gruppo di pesci quando il faro di una barca fende il blu. Dal 14 al 19 luglio, per la sesta volta, il più remoto dei lembi egusei diventerà capitale di un’utopia concretissima: un festival che mescola opere cinematografiche, riflessione ambientale e l’ostinata volontà di far dialogare paesaggio e racconto. A immaginarlo, e ad alimentarlo anno dopo anno, è l’associazione SoleMar Eventi, capace di trasformare un approdo scabro – scoglie, scale di pietra, un manipolo di case dai colori lavati dal sale – in un salotto sparso dove sedersi a discutere di storie e di futuro.

Il programma, mai pensato per compiacere i circuiti glamour, pesca nel vasto mare dell’audiovisivo italiano: lungometraggi, documentari, corti che spesso arrivano in 35 millimetri e altrettanto spesso in file custoditi in vecchi zaini, portati a spalla da registi indipendenti ancora in debito di sonno. Le proiezioni si alternano fra Scalo Nuovo e Scalo di Mezzo: due piazze che di giorno conoscono il vociare dei pescatori e, al calar della luce, si trasformano in platee di pietra grezza, dove la salsedine si deposita sui cuscini improvvisati con vecchie reti. Il mare, a pochi passi, mormora come un contrabbasso sommerso; a ogni cambio bobina, un colpo di vento sparpaglia odore d’alga e di capperi.

Il cuore cerimoniale è il Premio “Stella Maris”, destinato a un’opera o a un artista che abbia saputo illuminare, con delicatezza e senza proclami, la quotidianità italiana: è una stella che non pretende di guidare carriere, ma di riconoscere le virtù silenziose del mestiere di raccontare. A votare è una giuria screziata di voci: critici, divulgatori scientifici, gente di mare, studenti dell’Accademia di Belle Arti che arrivano fin quaggiù stipati su aliscafi del mattino. I loro dibattiti, spesso accesi quanto le cicale del meriggio, tracimano nei bar dell’unica via principale, lambendo temi che scivolano dall’estetica alle microplastiche, dalla poesia all’economia circolare come fosse un’unica lunga frase priva di punti fermi.

E, infatti, la tutela dell’ecosistema è molto più di una cornice. Ogni anno la direzione artistica invita biologi marini, archeologi subacquei, esperti di pesca responsabile. Parlano di posidonie spodestate dalle ancore, di tonni che cambiano rotta, del riscaldamento delle acque che muta il vocabolario stesso del Mediterraneo. Accade che una proiezione sul cambiamento climatico si concluda con un’escursione pomeridiana in barca a osservare le falesie minacciate dall’erosione; o che, dopo un corto sul by-catch, un equipaggio locale mostri come le reti a maglia larga diminuiscano la mortalità delle tartarughe. Così il festival si dilata oltre lunghezze e minutaggi, depositandosi in chi guarda come un’educazione sentimentale all’ambiente.

Poi c’è l’altro ingrediente, forse il più convincente: la geografia del gusto. Nei pomeriggi di bonaccia, alla spicciolata, produttori e isolani tirano fuori da ghiacciaie portatili conserve di tonno, garum reinventati, vini che trattengono dentro l’aroma dell’uva un pulviscolo di scirocco e calcare. L’enogastronomia non è intrattenimento collaterale, ma dispositivo narrativo che restituisce all’arcipelago la sua identità di frontiera marinara. E mentre si sfilano tappi e si affettano panelle, i discorsi scivolano naturali sulle sorti di piccole economie costrette a reinventarsi per non diventare attrazione di cartapesta.

Chi arriva dalla vicina Favignana – venti minuti di corsa su un gozzo, trenta se il mare decide di ricordare la propria indole – trova alloggio in stanze che odorano di calce fresca, B&B incastonati tra bagli con cortili di fichi d’India. Di mattina si parte all’esplorazione delle cale: Bue Marino, Cala Rossa, con l’acqua che invita alla metafora facile del cristallo ma che, vista dal vivo, assomiglia più a un vetro fuso punteggiato di stelle marine. Verso sera si rientra e la salita al Castello di Santa Caterina, per chi ha fiato, regala una visione dell’arcipelago che è quasi un fermo immagine: Favignana sdraiata come un animale placido, Levanzo un’ombra appuntita, Marettimo un profilo d’orco sonnolento.

Dopo sei anni, il Marettimo Film Fest ha imparato un’ostinazione gentile: resistere con la sobrietà di chi non cerca tappeti rossi perché li ha già, naturali, nelle passere di legno che conducono agli scali; perseverare nella scelta di non cedere a suggestioni turistiche facili, perché l’autenticità è la sola moneta che l’isola riconosce. Il risultato è un piccolo miracolo relativista: cinema che non pretende il silenzio assoluto – il gabbiano lo interromperà comunque – e natura che non si offende se la luce del proiettore la sfiora. Succede allora che, durante i titoli di coda, qualcuno alzi lo sguardo e scopra che sopra lo schermo, appena oltre l’ultima riga di crediti, pulsa una volta di stelle vere, un altro film in perenne divenire. In quel momento si comprende l’essenza della rassegna: scegliere Marettimo non per trasformarla in un set, ma per lasciarle fare da regista invisibile, preziosa come il più esigente dei direttori della fotografia.

Share This Article
Leave a Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Impressive Mobile First Website Builder
Ready for Core Web Vitals, Support for Elementor, With 1000+ Options Allows to Create Any Imaginable Website. It is the Perfect Choice for Professional Publishers.