Il crepuscolo di un caldo pomeriggio romano, il 24 giugno 2025, ha visto spegnersi la fiamma inquieta di Alvaro Vitali, attore dalla fisicità minuta e dall’anima debordante che, per oltre mezzo secolo, ha solcato i territori più disparati del nostro cinema. La sua è stata una traiettoria insolita, capace di attraversare con la stessa naturalezza l’officina poetica di Pier Paolo Pasolini e le aule sgangherate della commedia scollacciata, sempre guidato da una sorta di istinto primigenio del racconto popolare. In lui, la maschera comica non era una sovrastruttura ma la lente con cui scrutare, deformare e restituire la realtà, come fanno a volte i buffoni medievali o certi Arlecchini che si prendono il lusso di dire la verità ridendo.
Nato nel 1950 tra i vicoli popolari di Roma, Vitali crebbe in un tessuto urbano ancora vibrante di artigiani, ambulanti e battutisti da marciapiede: un vivaio umano che si sarebbe sedimentato nella sua recitazione. Pare che Federico Fellini lo notasse durante una visita a Cinecittà, attratto da quell’aria di monello sospeso tra infanzia eterna e precoce disincanto. L’incontro non si tradusse subito in un ruolo di primo piano, ma gli spalancò un corridoio che conduceva dritto al set. Vitali vi entrò docile e curioso, rendendosi utile dietro le quinte, muovendo fili, tendendo riflettori, studiando da vicino la magia di chi trasforma un teatrino di legno in cosmogonia. Fu il suo apprendistato più prezioso, perché avvenne in silenzio: occhi e orecchie divoravano gesti, intonazioni, tempi comici ancora prima di poterne imitare il portamento.
Il salto decisivo maturò però sotto lo sguardo di Pasolini. Il poeta-regista, in quegli anni intento a scolpire la sua “Trilogia della vita”, amava reclutare volti veri, corpi che portassero sulla pelle rughe, cicatrici, stenti e meraviglie dell’esistenza. La piccola statura di Vitali, i lineamenti guizzanti, la voce roca e beffarda lo resero un prezioso corpo-lettera: se lo si inquadrava alle spalle dei protagonisti, subito la scena si animava di un’urgenza popolaresca, di un brulichio di strada che la calligrafia accademica non avrebbe saputo simulare. Così lo scorgiamo ne Il Decameron come garzoncello che ride dell’amore altrui, ne I racconti di Canterbury come monacello dispettoso, perfino in qualche fotogramma di Fellini Roma dove, con sguardo attonito, pare incarnare l’incredulità del popolano davanti alla grandiosità barocca della Città Eterna. In simili apparizioni – veloci, talvolta neppure accreditate – Vitali introietta la grande lezione pasoliniana: il corpo come scrittura, la risata come forma di sapere carnale, il dialetto come partitura musicale delle classi subalterne.
Questa consapevolezza lo accompagnò quando il cinema italiano, alle soglie degli anni Settanta, imboccò la strada del cosiddetto filone “decamerotico”, dove l’erotismo contadino e il lazzo osceno diventavano merce da botteghino. Molti giudicarono quei film semplici pastiches, ma chi li osservi con occhio meno prevenuto riconosce una stratificazione più complessa: in filigrana riaffiora la lezione pasoliniana, filtrata però da un’ironia meno tragica e più lasciva, da un gusto per la boutade che si nutre di doppi sensi antichi quanto Boccaccio. Vitali, con la sua mimica irrefrenabile, divenne l’interprete ideale di questa risata terremotante; mentre i critici più fini arricciavano il naso, i pubblici di provincia lo adottavano come menestrello assoluto, pronto a farsi beffe di preti concupiscenti e nobili ridicoli in egual misura.
Eppure, nonostante il successo, l’attore custodiva una sorta di pudore intellettuale. Raccontava spesso di aver ricevuto da Pasolini un consiglio che considerava vincolante: «Resta fedele alla tua piccolezza, perché in essa c’è la grandezza del mondo». La “piccolezza” era chiave d’accesso alla comunità: uno sguardo bambino che si accosta alle cose senza l’arroganza di saperle già spiegare. Tale candore divenne architrave del personaggio che, negli anni Ottanta, gli avrebbe regalato la consacrazione popolare definitiva: Pierino. Il monello in grembiule nero, colpotore di bidelli e castigatore di maestre, fu il suo Carosello privato; in un’Italia ferita dalla crisi petrolifera e dai primi decreti di austerity, Pierino appariva come un jolly catartico, un’arma di derisione di massa. Ma Vitali non si illudeva: sapeva che quella visibilità coincideva con un gabbia d’oro, pronta a soffocare sfumature più sottili del suo talento.
Negli anni successivi provò timidi rientri nel cinema d’autore: comparve in Mortacci di Sergio Citti, in cui la spettrale malinconia notturna ritrovava accenti pasoliniani; prestò il suo volto ad alcuni cameo che ne riassumevano la lunga fedeltà al margine. Eppure il pubblico, ogni volta che lo incrociava per strada, continuava a chiedergli le barzellette salaci di Pierino: segno che il personaggio aveva superato il padre, come succede agli archetipi folklorici.
La morte di Vitali chiude, con discrezione quasi pudica, un capitolo irregolare della nostra cultura visiva. Il suo lascito va oltre l’elenco di centocinquanta titoli registrati nei repertori: si annida nella capacità di aderire allo spirito di un’Italia mobile, che saliva sull’altalena del miracolo economico ma conservava nella tasca un mozzicone di dialetto, un gesto osceno da piazzare al momento opportuno, un’ironia scanzonata come scudo civile. Vitali ha incarnato quest’anima cangiante: da Pasolini ha ereditato la coscienza del corpo, dal varietà televisivo la faccia di gomma, dalla commedia dell’arte il gusto per la beffa.
Ora che calano le luci e la cinepresa interrompe la sua corsa, resta il suono di una risata che, sola, basta a illuminare la notte. È la risata di chi non confonde mai la povertà con la mancanza di dignità, di chi rivendica la libertà di prendersi gioco del potere trovando, in ogni sbadiglio del pubblico, una promessa di riflessione. Alvaro Vitali ci lascia proprio questo: la certezza che il sorriso, quando nasce da un corpo che conosce i propri limiti, diventa un atto di poesia concreta, capace di far circolare ossigeno nelle vene di un Paese spesso soffocato dalla sua stessa seriosità.
L’eredità più autentica che egli affida agli spettatori non consiste tanto in battute salaci o marachelle scolastiche, ma nell’ostinazione a restare in ascolto della voce popolare, tradurla in immagine e riconsegnarla al mittente arricchita di un lampo d’intelligenza. Sulle orme di Pasolini, ma con la leggerezza di un giullare che scorge il sublime dentro il triviale, Vitali ha insegnato che la cultura, per essere davvero viva, non deve mai disdegnare il frastuono della strada. Ed è forse per questo che, mentre l’eco della sua ultima battuta si dissolve nelle piazze virtuali del nuovo millennio, continuiamo a sentirlo vicino: piccolo di statura, grandissimo nell’arte di farci specchiare, sia pure con uno sberleffo, nella nostra stessa umanità.